III Giornata per la libertà e i diritti dei Migranti
domenica 20 aprile
primo torneo di basket migrante
musica e danze
piazza dell'Unità - Bologna
dalle 11 alle 22
Domenica presenteremo il numero 9, aprile 2008, di Senza Chiedere il Permesso - Per la libertà dei migranti!, di seguito pubblichiamo l'editoriale:
Lavoro migrante, lavoro di tutti:
verso il Primo maggio del lavoro migrante!
In Italia e in Europa, negli ultimi anni, il movimento dei migranti è cresciuto nel segno della lotta, dell’organizzazione autonoma e del protagonismo. La legge Turco-Napolitano prima e la Bossi-Fini poi hanno cercato di ridurci al silenzio, ma noi migranti abbiamo preso parola portando avanti le nostre rivendicazioni. Ora dobbiamo mettere in gioco la forza accumulata e scendere in piazza il primo maggio contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la precarietà del lavoro.
Succede anche in America: come negli ultimi due anni, il prossimo primo maggio i migranti saranno di nuovo in piazza per rivendicare una regolarizzazione senza condizioni. Saranno in piazza come lavoratori, perché sanno che essere senza permesso significa essere più ricattabili.
I migranti negli Stati Uniti lanciano una sfida che noi vogliamo cogliere. In Italia e in Europa, da diversi anni, il primo maggio è l’occasione per la May Day, una manifestazione che coinvolge tutti coloro che subiscono una condizione di precarietà.
Lavoratori precari che non hanno trovato risposta da parte delle organizzazioni e nella rappresentanza sindacale, nell’ambito della May Day hanno potuto esprimere le proprie rivendicazioni. Quest’anno le esperienze e i percorsi di lotta di migranti e precari si incontrano a Milano il primo maggio in una grande manifestazione e giornata di lotta dove il lavoro migrante sarà la questione centrale della lotta contro la precarizzazione del lavoro.
Noi migranti sappiamo che la precarietà è una condizione che riguarda tutti, ma anche che la nostra è una precarietà doppia a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Siamo costretti a fare straordinari se vogliamo mantenere il lavoro, siamo costretti ad accettare qualsiasi salario e condizione di lavoro per rinnovare il permesso, siamo costretti a rinunciare a scioperare e lottare se non vogliamo essere licenziati e correre il rischio di diventare clandestini. E questo significa che il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro è una leva per impoverire e rendere precario tutto il lavoro, quello dei migranti e quello degli italiani.
Per questo, una lotta comune dei precari a partire dalla specificità del lavoro migrante è molto di più che semplice solidarietà, è un piano politico nuovo: la legge consente ai padroni di usare diversi contratti, differenziare mansioni, tempi di lavoro e retribuzioni mettendo i lavoratori, migranti e italiani, l’uno contro l’altro.
Noi invece, il primo maggio, vogliamo parlare un linguaggio comune contro il legame tra permesso e lavoro e contro la precarietà del lavoro.
Anche la lotta che, a Bologna, portiamo avanti contro il protocollo con le Poste ha a che fare con il lavoro. Non solo perché i nostri salari sono attaccati dai 70 € che ciascun componente della famiglia deve pagare per rinnovare il permesso. Mentre aspettiamo, anche per un anno, che il nostro permesso sia rinnovato, siamo in una strana condizione a metà tra regolarità e irregolarità: quando siamo ‘regolari’, subiamo la costante minaccia di diventare ‘irregolari’ perché sappiamo che basta perdere il lavoro per perdere il permesso. Con la ricevuta delle poste non siamo liberi di andare nel nostro paese per le ferie. Le agenzie interinali non ci prendono in considerazione, le cooperative non ci assumono, non riusciamo neanche ad avere un medico di base. Senza la tessera sanitaria, neanche i nostri figli possono avere una normale copertura medica.
Per questo, quando andiamo al lavoro con la sola ricevuta, siamo ancora più ricattati: nelle cooperative siamo costretti a lavorare per un salario bassissimo, dobbiamo fare straordinari per non perdere il lavoro, ci vengono imposte mansioni non previste dal contratto. Nelle fabbriche, i turni più duri di notte, le mansioni più pericolose e faticose, e gli straordinari toccano spesso a chi deve raggiungere un certo livello di reddito per rinnovare il permesso. Nelle case, le donne migranti lavorano praticamente per l’intera giornata, ma il salario minimo previsto per legge è di 350 euro! Sempre più, però, ci accorgiamo che anche avere un permesso di soggiorno in piena regola non garantisce alcuna regola. Non solo perché rischiamo sempre di diventare irregolari, ma perché le regole le stabiliscono i padroni, approfittando della nostra ricattabilità.
Questa condizione ha due responsabili: i governi che hanno istituito per legge il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Con la vittoria di Berlusconi, Bossi e Fini, si ritorna a un clima politico che rende sempre più “intoccabile” la Bossi-Fini. Il pericolo, inoltre, è che il nuovo governo segua quello che alcuni sindaci di destra hanno già fatto nei comuni del nord negando la residenza ai migranti che non raggiungono un determinato livello di reddito, discriminando i migranti nelle graduatorie per accedere alle case popolari o agli asili nido. Proprio per questi motivi, tuttavia, è più che mai urgente andare avanti con le nostre lotte, uscendo dal ristretto ambito cittadino, locale o territoriale in cui vogliono ancora una volta confinarci, per raggiungere finalmente quella dimensione transnazionale che deve investire i governi nazionali nella loro collocazione europea.
C’è poi un secondo responsabile per questa condizione. I padroni – anche quelli che prendono il nome di cooperative, ma che di cooperativo non hanno nulla se non lo sfrenato sfruttamento del lavoro – che approfittano della situazione per farci lavorare di più e pagarci di meno. Non possiamo lasciare il nostro destino nelle mani di partiti e sindacati. Dobbiamo prendere parola e lottare per cambiare questa situazione. Noi migranti abbiamo attraversato i confini non solo perché avevamo bisogno. In tanti potevamo lavorare nel nostro paese. Abbiamo deciso di migrare perché sappiamo che il mondo è nostro, e questo significa che dobbiamo riprendercelo! Rivendichiamo la rottura del legame tra permesso e lavoro, perché vogliamo essere liberi di muoverci e di restare. Qualcuno ha scritto che il destino non lo decidiamo noi. Ma se l’evoluzione va per conto suo, a noi spetta il compito di accelerare il cambiamento, di prenderci il tempo necessario per liberarci dalle catene e dai confini che pretendono di fermarci.
Dopo la grande manifestazione a Brescia, la May Day a Milano è una occasione da non perdere. Un'occasione per stabilire un legame politico reale tra le lotte dei migranti e quelle degli altri lavoratori e lavoratrici precari. Un'occasione unica per stabilire un collegamento evidente tra il primo maggio in Europa e quello negli Stati Uniti, nel segno della dimensione globale e transnazionale delle lotte dei migranti. Dopo le grandi assemblee organizzate in questi mesi a Bologna, con lavoratrici e lavoratori migranti delle fabbriche, delle cooperative, delle case e dei cantieri, noi siamo certi che anche in questa città il primo maggio aprirà un nuovo percorso di lotta e libertà, per una regolarizzazione permanente slegata dal lavoro e dal salario, per la chiusura dei CPT, per la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro!
In questo numero anche:
- Notizie dalla Questura di Bologna
- Va davvero tutto bene? L'esperienza dal lavoro di cura alle cooperative di servizi
- Quando i padroni si chiamano cooperative. Dinamiche di ordinario sfruttamento
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